giovedì 25 settembre 2014

TU CHIAMALE SE VUOI...ELEZIONI


scégliere (ant. e poet. scérre) v. tr. [lat. *exelĭgĕre, comp. di ex- e elĭgĕre «scegliere» (v. eleggere)]

Eleggere ciò che par meglio; distinguere e determinare. Azione divina. Che ci avvicina alla grandezza della Creazione. E' il nostro creare. Ad immagine e somiglianza di noi. Il più grande nemico: la paura di perdere. Quante idee irrealizzate, quanti trascinamenti dolorosi, quanti castelli bruciati ancora abitati avete collezionato, tutti figli di questo terrore di perdere (cessare di possedere) e di perdersi (procurarsi danno, sconfitta o rovina)?
Martello e scalpello. Colpo. Pezzo di materia che se ne va, che saluti, che lasci. Quel che rimane prende forma.
Foglio e penna. Riga. Frasi che se ne vanno via, che decidi essere di troppo. Con fatica le saluti. Quel che rimane sembra correre più veloce.
E così case, strade, volti, abitudini. Un colpo. Un movimento deciso del polso e via; necessarie divergenze, imprescindibili scelte.
Questa strana materia in movimento che chiamiamo vita ci vede, consapevoli o no, a selezionare, recidere qualche ramo e tenerne un altro. Ogni frammento di marmo che togliamo dal blocco ci permette di vedere affiorare una forma significante, ogni riga che tracciamo sul foglio ci mostra un racconto più sensato, ogni casa, strada, volto che lasciamo, ogni relazione da cui ci allontaniamo o in cui altrimenti tuffiamo mani e viso disegnano la nostra identità.
Che cos'altro è questo vivere se non una lunga serie di scelte, di decisioni, di prendere o lasciare, che cos'altro è se non una meravigliosa opera d'arte in potenza?
Immaginate un immenso fiume di cui tutti facciamo parte, un insieme di relazioni, un ipertesto all'ennesima potenza, dove niente può dirsi escluso dalle influenze dell'ambiente esterno e dalle azioni proprie ed altrui. In questo immenso fiume fatto di energia, in questo grande insieme di relazioni che ci lega, abbiamo l'istinto innato di distinguerci, di selezionare, di formare una propria identità, una propria struttura. Non è semplice, perché siamo un po' come un liquido, come un flusso in continuo divenire, in perenne mutamento, che rischia di rimanere a vagare nei flutti indistinti; un liquido che prende forma solamente in un contenitore. Il nostro mestiere, allora, permettetemi la metafora, è costruirci un contenitore, il miglior contenitore di cui siamo capaci.
Buon lavoro.

citazione utile:
"Se un uomo potesse mantenersi sempre sul culmine dell'attimo della scelta, se potesse cessare di essere uomo... sarebbe una stoltezza dire che per un uomo può essere troppo tardi per scegliere, perché nel senso più profondo non si potrebbe parlare di una scelta. La scelta stessa è decisiva per il contenuto della personalità; con la scelta essa sprofonda nella cosa scelta; e quando non sceglie, appassisce in consunzione ... Quando si parla di scelta che riguardi una questione di vita, l'individuo in quel medesimo tempo deve vivere; e ne segue che è facile, quando rimandi la scelta, di alterarla, nonostante che continui a riflettere e riflettere... Si vede allora che l'impulso interiore della personalità non ha tempo per gli esperimenti spirituali. Esso corre costantemente in avanti, e pone, ora in un modo ora nell'altro, i termini della scelta, sí che la scelta nell'attimo seguente diventa più difficile... Immagina un capitano sulla sua nave nel momento in cui deve dar battaglia; forse egli potrà dire: bisogna fare questo o quello; ma se non è un capitano mediocre, nello stesso tempo si renderà conto che la nave, mentre egli non ha ancora deciso, avanza con la solita velocità, e che cosí è solo un istante quello in cui sia indifferente se egli faccia questo o quello. Cosí anche l'uomo, se dimentica di calcolare questa velocità, alla fine giunge un momento in cui non ha più la libertà della scelta, non perché ha scelto, ma perché non lo ha fatto; il che si può anche esprimere cosí: perché gli altri hanno scelto per lui, perché ha perso se stesso... Poiché quando si crede che per qualche istante si possa mantenere la propria personalità tersa e nuda, o che, nel senso più stretto, si possa fermare o interrompere la vita personale, si è in errore. La personalità, già prima di scegliere, è interessata alla scelta, e quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze" 

giovedì 18 settembre 2014

MASCHERINA, MI CONOSCO


 

Ovvero come un hamster può comprendere la vita

 

Immagina di avere 30 anni, di avere un aspetto piacevole, di essere laureato. In questo momento ti trovi in un cinema, a lavorare. Fai la maschera. Si, quello che strappa i biglietti e da informazioni e a volte risolve qualche problema fondamentale, come “si sono seduti ai nostri posti e non si vogliono spostare!”, o ancora “ in sala ci saranno 38°, si può fare qualcosa o volete farci morire tutti di caldo?”. E' un giorno di festa ma non c'è molta gente. Un po' c'è crisi, un po' ci sono Sky e lo streaming, dvd che escono dopo solo due mesi dall'uscita nelle sale. A questo aggiungi che i film in programmazione nel tuo cinema sono seconde o terze visioni, fai la somma e il gioco è fatto.
Ecco, adesso immaginerai che ti parlerò delle tue delusioni e quelle di una generazione, dei tuoi sogni infranti, bloccato dalle necessità economiche a sorridere meccanicamente a dei bambini urlanti o a gruppi di desichiani e cinepanettonistici che commentano benevolmente il film di Alessandro Siani in uscita: “Siani, Il nuovo Troisi”. A dire – sala aria, sala acqua, dritto davanti a lei, in fondo al corridoio, sopra, sotto, prego, certo, grazie, arrivederci.
E poi ti parlerò di un Italia che non dà sbocchi, della voglia di emigrare, della rabbia contro le istituzioni e di un Paese vecchio, logoro, impantanato nella corruzione e nel nepotismo.

Beh, se è questo che pensi ti dirò, ti sbagli di grosso. Perché non è così.

L'Italia imperversa effettivamente in una crisi strutturale, prima di tutto culturale, d'ignoranza e di pigrizia, ma questa è una pagina da affidare agli antropologi e agli studiosi del capitalismo, ai biologi e ai filosofi di professione.
Io, invece, ti voglio parlare di un male più personale, naturalmente dipendente dal tuo ambiente di formazione (che diamine!), prima di tutto dalla tua famiglia e la sua generazione, dal luogo in cui sei cresciuto e la sua povertà intellettuale, per finire col Paese intero, certo, e quel popolo che da sempre ha amato e ama, almeno in maggioranza, essere comandato, insomma un popolo prevalentemente fascista, anzi, fascistissimo.
Io, insomma, però, anche se non nego le dinamiche relazionali, le cause esterne e tutto quanto sia indipendente dal tuo volere, vorrei però che tu ammettessi, e dichiarassi, sperando in fondo - oh illusoria e commiserabile speranza - di liberarti un po' da questo male, che questo male, prima di tutto, dipende da te.


Così cominci a pensare a tutto quello che hai fatto, a tutto quello che non sei riuscito a fare, alle scale che hai salito e quelle da cui sei caduto, a tutti i film che ti sei fatto ma che non hai mai prodotto, per mancanza di volontà. Pensi, nella più totale confusione, e i movimenti elettrici nella tua testolina producono i kilowatt sufficienti a far girare il cestello della lavatrice che dovresti avviare per finalmente smaltire quella cesta di panni sporchi che sosta in bagno dai tempi di Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Volta. Parole, parole, parole.

Solo che ad un certo punto, tutto preso dalla centrifuga, nel bel mezzo degli 800 giri al minuto, salta la corrente, per un attimo. E quei pensieri, quelle parole, “avrei potuto fare”, “domani farò”, “migliorerò”, “qualche cosa mi inventerò”, ti è chiaro, in quel preciso istante, di averli già sentiti, di averle già dette. E che nel “già sentito” in fondo non ci sono altro che richieste d'amore e di attenzioni, di piccoli passi e grandi soddisfazioni. C'è il bisogno di scegliere più che di essere scelti, di capirsi più che di essere capiti. Insomma lo sappiamo, io e te, che il nostro profondo è incomunicabile e che ognuno di noi è un filtro che legge il mondo esterno, lo relativizza, e quello che vedo io tu lo vedi in maniera diversa, e le parole sono uno strumento fallace, limitante e limitato, certo meraviglioso, ma a volte svilente nella sua incapacità di esprime, di spiegare. E sappiamo anche, io e te, che in fondo come stiamo dipende soprattutto da noi, dalle nostre azioni, esterne ed interne.


Beh, dopo tutte queste parole immagino che ti sarai addormentato, o almeno, se stai ancora leggendo, annoiato, e starai per lasciare questa lettura. Aspetta! Un attimo ancora, perché adesso arriva il bello.


Sei ancora al cinema, seduto su uno sgabello, scomodo, tipo quelli da campeggio, che ti sei dovuto comprare perché la direzione non metteva a disposizione nessun tipo di seduta, per loro otto ore in piedi si possono fare; i film sono in proiezione e non c'è nessuno. Il colore giallo, perché non so se te l'ho già detto ma il colore predominante nel tuo cinema è il giallo, un giallo incerto, tendente all'arancione, ecco, questo colore si spande su tutte le pagine del libro che hai lì davanti.

E in questa situazione in cui, come un'eterna ruota che gira, una ruota come quella degli hamster, quei cricetini che si sentono vivi solo per il fatto che stanno facendo girare la ruota, quando invece è come se fossero morti perché la ruota gira ma sta ferma lì, dentro un parallelepipedo di plastica trasparente, in un mondo che è tutto un piccolo e insignificante universo esposto alle volontà e alle voglie di qualche padrone dall'umore altalenante, in questa situazione in cui non vedi soluzioni ma solo i listellini della ruota che gira e gira e gira, ecco che senti il cuore più leggero, la mente più sgombra, un po' di tempo che scivola fra le tue mani, inesorabile, lento, se ne va e ti sale su un sorriso idiota, meravigliosamente idiota, che viene dal profondo, da una sorta di consapevolezza, di illuminazione, ecco, se mi permetti, si, da una rivelazione, non solo mentale ma anche e soprattutto corporea, segnata nei meandri delle tua interiora, sui tessuti muscolari del tuo cuore che adesso batte più rilassato con precisione ed intensità, perché ti accorgi che sei vivo, che sai pensare, essere, soffrire, sperare. E agire, nel mondo, con tanta energia.

Ora, immaginati che hai smesso di correre, che la ruota si è fermata, che tu, col tuo bel sorriso idiota stampato sulla faccia sei lì che guardi in avanti. E ti viene in mente che, forse, quella parete trasparente su cui hai appena sbattuto la testa si può anche scavalcare.

Link utili:

giovedì 11 settembre 2014

TUTTO NELLA MIA TESTA



Teoria della qualità compensatoria delle immagini fantastiche (detta compensazione immaginifica) e sue ripercussioni su soggetti diversi per condizioni, contesti e contingenze. Dove si ipotizza una possibile fase evolutiva dovuta all'acquisizione del controllo sulla creazione e sviluppo delle funzionalità delle suddette immagini (detta concretezza immaginifica) e l'aumento dell'ascolto rivolto alla sensorialità del corpo e alle reazioni dello stesso agli impulsi esterni ed interni (detto ascolto corporeo pro-attivo).


Primi studi. Due personaggi.


B_sfogo:
La testa piena di merda. Piena di discorsi. Di disegni. Di aspettative. Di altri. Di d. Ed è come se tutto sfuggisse, quando è tutto qui, invece, quello che conta. La vogliamo dire la frase del giorno? 
Stai nel presente, perché il presente è un dono, altrimenti non si chiamerebbe presente.
Detta. Bene. Il fatto è che con i discorsi non ci campi. E con le fantasie malate - malate perché hanno il muco che gli esce dalle orecchie e puzzano come i peli bruciati della pelle del pollo, o della tua - con le fantasie malate tu potresti andare avanti anni. Anni. Interi. Dice che qualcuno ci passa la vita, se la chiamano vita, questa poi, della fantasia. Non fraintendiamoci, la fantasia ha i suoi lati positivi, creativi. Ma io parlo di quando quelle immagini fantastiche che stanno nella tua testa, nella tua testa rimangono, compensano vuoti cosmici, volteggiano con le tue chimiche celebrali e lì finiscono, sbiadiscono, esauriscono tutta la loro carica vitale. Ti fanno perdere il contatto con la realtà e ti paralizzano. Rischi di credere di vivere, per tutta una vita, quando invece sei già morto. Morto e sepolto. Non si può continuare ad ingoiare merda e a vivere di fantasia. La fantasia è un perfido complice di chi ti vuole rifilare merda. Ma allora come dobbiamo fare, come si vive? Ci sono delle regole? Ci sono dei trucchi? E' che dobbiamo ammettere che la nostra generazione l'ha preso nel culo fin dal momento in cui è nata, e non solo la nostra. La generazione di "colpo grosso" e di "starsky e hutch", de "il pranzo è servito" e dei primi computer, del sega master system e del nintendo 64bit. L'ha preso nel culo perché ci hanno fatto credere che avremmo potuto fare qualsiasi cosa, e invece si stavano scopando i nostri sogni, di nascosto, appena dopo o appena prima averceli fatti vedere. E quando ti rendi conto che non è tutto semplice, che siamo tutti complessati, pervertiti, repressi, insoddisfatti, che siamo una serie allucinante di complessità, che fai? Almeno fossimo arrabbiati. Arrabbiati davvero.

C'è un piccolo insetto rosso che cammina incessantemente sul pavimento del terrazzo. Non c'è n'è uno solo, sono centinaia, rossi, minuscoli che camminano velocemente. Prendo l'accendino che ho in mano, appena usato per accendermi l'ennesima sigaretta e lo brucio. Li brucio. Li guardo finire il loro cammino lì dove ho deciso di farlo finire. Ne brucio uno due tre quattro cinque cento. Sono più grande e ti schiaccio. Se qualcosa più grande di noi esseri umani fosse nei paraggi è pregato di schiacciarci. 


A_Fantasie in rima, o quasi:

Parto da un attico a Roma
volo verso lidi migliori
mi vedo abbronzato all'aurora
coi muscoli fuori a spostare dei muli

poi lì che atterro su grattacieli
palazzi di città infinite
e di caos e di vite
si riempie la mia

fantasia fantasia fantasia
illusioni di notte e di giorno
accompagnano il mio ritorno
al reale concreto dolor

poi seduto in veranda in campagna
che non è proprio campagna
ma mi sembra montagna
forse valle chissà
con dei pargoli che possa educare
insegnare a sognare
ad andare più in là

mille donne, poi una
per tutta la vita
una dolce ferita sul braccio mi fa
da ricordo di cose concrete
mi riporta un po' indietro
mi fa sedere qua

salve al vento che mi porta lontano
che mi prende per mano
salve al mondo confuso
che ci ha un po' deluso
ma che poi siamo noi

mi ritrovo operaio sudato
poi ancora in ufficio
con la carta di credito e il viso sbarbato
o ancor più educato al bancone di una farmacia

fantasia fantasia fantasia
illusioni di notte e di giorno
accompagnano il mio ritorno
al reale concreto dolor

nei panni degli altri
che mi sento un po' larghi
che ci passa un po' d'aria
che mi viene un po' male
passa il vento che salva
che mi porta lontano
dove mi porta Dio solo lo sa
e se dio non esiste allora son io
che voglio viaggiare
ma per poi atterrare
pieno di volontà

e queste parole
si stampan sul bianco
si riparte da tanto

dove sono e dove sono stato
sono stanco o non sono mai nato?

a volte la vita riserva sorprese
a volte le sorprese devi dargliele tu.


Morale (provvisoria): l'uomo si muove per immagini, che nascono dal passato e dal presente, dagli input esterni e le conseguenti reazioni. L'immaginazione permette all'uomo di perseguire i suoi obiettivi facendolo arrivare più in là di dove è adesso. Ma a volte queste immagini sostano troppo nella mente andando a compensare vuoti con l'entusiasmo ad esse connaturato; esaurito l'entusiasmo non si traducono in fatti. L'essere umano finisce per crearne di nuove ogni giorno (un progetto nuovo al giorno toglie il medico di torno?) rischiando di risvegliarsi ad un certo punto e rendersi conto di non aver fatto assolutamente niente nella vita, se non immaginare. Le immagini sono potenti e sono uno strumento meraviglioso. Ma la potenza è niente senza controllo. Quindi: cerca di stare nel presente e non in quello che è successo o quello che forse succederà; casco ben allacciato; luci accese anche di giorno; e prudenza, sempre.

Appuntamento col corpo (e con lo stare nel presente) in uno dei prossimi studi.

giovedì 4 settembre 2014

IL PESTO E LA CONQUISTA DELLE ANIME



Il 21 aprile 1519 i conquistadores sbarcano sulla terraferma ed iniziano la conquista dell'impero azteco, assediando la capitale Tenochtitlan (attuale Città del Messico). Il 13 agosto 1521 la splendida capitale soccombe.
Lo choc subito dagli abitanti fu enorme. Il popolo azteco cadde in una disperazione esistenziale. Al dramma socio-politico si unì quello religioso. La gioia e la voglia di vivere era scomparsa ma il colpo più grande è stata la morte dei loro dei. In questo momento di estrema disperazione intervenne la Madonna. Era il sabato 9 dicembre 1531.



9 dicembre 1531
Colle Tepeyac. Il Sole è quasi a picco sopra la mia testa e sopra le mie pecore, che, un po' agitate, sembrano preannunciare un cambiamento del tempo. In questi anni di lavoro, dopo che mio padre mi ha affidato il gregge che insieme a lui guidavo fin da piccolo, ho imparato ad ascoltare i segnali degli animali, che hanno come un contatto con gli dei, come parlassero la stessa lingua o fossero prescelti, sia per comunicare con Loro, sia per essere sacrificati al Loro cospetto. Ma devo stare attento a queste affermazioni. Gli dei sembra non possano esistere più da quando sono arrivati gli invasori. Sono in ritardo. Dovevo arrivare a Tenochtitlan almeno un quarto di Sole fa. Mi stanno aspettando.
Cammino lungo la vallata che scende in città quando vedo in lontananza Cuauhtlotatzin, il vecchio contadino amico di mio padre che dopo l'arrivo degli stranieri ha cambiato nome, si è fatto “battezzare”, dice lui, cioè lo hanno immerso in non so quali acque rendendolo così "l'uomo nuovo in Cristo, figlio di Dio"
- Quale Dio? - dico io, - quale?
- L'unico e solo - dice lui, - l'unico e solo.
Adesso si fa chiamare Juan Diego.
Juan Diego, insomma, se ne sta immobile, in ginocchio, in mezzo al nulla e parla, da solo. Mi avvicino, senza farmi vedere. Juan Diego dopo poco si alza e comincia a correre. Sarei curioso ma sono in ritardo. Mi comincia a fare male lo stomaco. Vado verso la città.

10 dicembre 1531
Il comportamento di Juan Diego mi ha alquanto turbato. Ma ho evitato di parlarne in città come a casa. Non si sa mai, con l'aria che tira da dieci anni a questa parte. Sembra che ieri si sia recato dal “vescovo”, questo signore della religione degli stranieri che sembra abbia non so quali poteri; insomma è andato da lui farneticando qualcosa su una donna bellissima che ha incontrato e pare gli abbia ordinato di dire al vescovo che deve far costruire un nuovo edificio ai piedi del colle, proprio dove io l'avevo incontrato. So che suo zio arrotondava facendo dei lavoretti alle case nei villaggi e voleva metter su una ditta di costruzioni e riparazioni case. Che sia tutta una scusa per guadagnare qualcosa? Ingegnoso questo Juan Diego!
Cammino di nuovo lungo la vallata, ed ecco che lo rivedo nella stessa posizione, stavolta con lo sguardo chino a terra sembra chiedere perdono a qualcuno o qualcosa. Ma non c'è nessuno. Mi avvicino, senza farmi vedere. Aguzzo le orecchie ma non sento niente. Juan Diego dopo poco si alza e comincia a correre. Sono sempre più curioso. Vorrei seguirlo ma ho ancora quel mal di stomaco. Produco a tempi regolari degli sbuffetti al sapore di aglio. Che il dio Patecatl mi protegga! - Al diavolo Juan Diego - penso, e mi rendo conto che gli influssi dei conquistadores stanno facendo il loro effetto anche su di me: chi diavolo è, il diavolo?

12 dicembre 1531
Oggi le pecore sono agitate. Troppo agitate. Niente pascolata, oggi. Il rischio di perdere tutto il capitale di famiglia non me lo posso prendere. Quindi decido di andare in città a far visita a mio zio, che sta male; una brutta malattia che lo porterà presto alla morte. Anche lo zio di Juan Diego aveva la stessa malattia ma ieri, improvvisamente, pare sia guarito. - Miracolo! – dicono che abbia urlato il vescovo. Non so cosa significhi ma se è una nuova medicina che hanno portato gli occupanti devo riuscire ad averla anche per mio zio.
Bevo tanta acqua e sento come galleggiare nel mio stomaco una sostanza oleosa. L'aglio continua ad essere il sapore persistente nella mia bocca. Gli sbuffi aumentano. Ci manca solo di incontrare Xolotl e saprò che sto per morire.
Intraprendo il cammino ma in vista del colle Tepeyac stavolta cambio strada e mi metto in direzione di Tlatelolco per evitare di incontrare Juan Diego. Attribuisco a lui quel mal di stomaco e vorrei evitare di portarmelo avanti a lungo.
Ma ecco che, svoltato nel nuovo percorso, te lo vedo di nuovo, anche là, fermo, in ginocchio, da solo, che gesticola, si muove. Eh no, basta. Devo vederci chiaro. Mi avvicino, senza farmi vedere. Juan Diego dopo poco si alza e comincia a correre. Stavolta lo seguo. Sale sul colle e in cima al colle si china a raccogliere qualcosa. Sono dei fiori di castiglia. Ma che ci fanno dei fiori di castiglia in questo periodo dell'anno e per di più in mezzo alle pietre?! Ne prende un mazzo, lo chiude in un lembo della tilma e ricomincia a correre. Io gli corro dietro e rischio di vomitare, veramente, ma non posso non capire che diavoleria (e ci risiamo!) sta combinando questo Juan Diego. Eccolo; svolta a destra; la città; la strada principale; la casa del vescovo. É lì che sta andando. Entra. Entro anche io, senza farmi vedere, deciso a fare chiarezza. Cosa stanno tramando? Insieme al vescovo ci sono una decina di altre persone che sembrano aspettare il vecchio contadino, che appena arrivato di fronte agli uomini apre il suo mantello per far cadere i fiori. Ma i fiori non cadono. Non capisco. Corro, si, corro, ancora una volta, dall'angolo dove stavo nascosto fin davanti a Juan Diego, al fianco degli uomini, che intanto sono caduti in ginocchio e portano in viso un'espressione stupefatta. Guardo dove guardano loro, in direzione del contadino. I fiori non ci sono e al loro posto, sulla tela della tilma...un piatto di spaghetti al pesto.

3 settembre 2014
Morale: se a pranzo tua nonna ti ha parlato del miracolo della Madonna di Guadalupe con tanta enfasi e la sera, a ora tarda, decidi di mangiarti un piatto di spaghetti al pesto preparato con tanto olio e tanto aglio, rischi di trovarti catapultato indietro nel tempo e, soprattutto, di tornare a riflettere sull'esistenza di Dio e sull'uso politico che se ne è fatto nella storia.

P.S. Il racconto narra che di fronte al vescovo e agli altri presenti, Juan Diego aprì il mantello per mostrare i fiori: ed ecco, all’istante sulla tilma si sarebbe impressa e resa manifesta alla vista di tutti l'immagine della S. Vergine Maria. "La scoperta più sconvolgente riguardo la Madonna di Guadalupe è quella fatta, con l'ausilio di sofisticate apparecchiature elettroniche, da una commissione di scienziati, che ha evidenziato la presenza di un gruppo di 13 persone riflesse nelle pupille della S. Vergine."

Una di quelle persone sono io.