giovedì 23 ottobre 2014

IN ATTESA


Di passo in passo, sempre mutevole,
cammina lungo la sua strada
che cambia anch'essa:
ricca di fiori e odori freschi e penetranti
prima,
grigia e dura e dolorosa
poi.

Cammina spavaldo a testa alta, sorridente, con molti compagni con cui scambia pensieri, battute e sguardi d'intesa.
Ad un passo incerto si ritrova ad andare, guardingo e sospettoso, sotto lampioni intermittenti.

È la vita
e si cresce
e ci rincresce lasciare un cappello o una sciarpa per via perché ci sono superflui oramai
e ci piace scoprirci capaci di buttarci coscienti in un mare di guai.

È la vita
che i “se” poi non contano niente
né quello che in fondo ci pensa la gente
e ancora il tuo tetto, la carrozza e lo status sociale
il vestito che fa il monaco e lo spazio vitale.

È la vita
che ti ritrovi a contare
- non stelle, non pecore - per poterti addormire
che non chiudi occhio che stai ad aspettare:
in arrivo c'è un grande e forte legame
- come sarà? chi sarà? cosa potrà diventare? -
e così che uno e due e tre, sulle dita
conti le cose importanti della vita.

giovedì 16 ottobre 2014

RESTATE IN ASCOLTO


 

primo studio e riflessione per una nuova storia (esercizi di immaginazione)


Una mattina, d'un tratto, molto tempo fa, in tutti i corpi di tutti gli abitanti del paese, all'altezza di quei tre minuscoli ossicini che incanalano il flusso d'aria vibrato attraverso il timpano via in direzione labirinto, successe qualcosa di straordinario: tutto crollò addormentato, in un sonno profondo, e non era più possibile udire niente.
Come potete immaginare, enormi problematiche si aprirono su tutti i fronti e interminabili disastrosi effetti si ripercossero su ogni attività umana. L'intero paese fu messo in ginocchio. Nel contempo però si cominciarono a palesare situazioni che avevano un loro fascino, scene nuove che come allora non se ne erano mai viste. Per esempio per strada l'effetto fu immediato e non privo di aspetti positivi: nel giro di pochi giorni nelle macchine in fila non si suonava più il clacson, tanto era inutile! Rimaneva però il problema di come fare a sfogare quella rabbia che un ciclista in mezzo alla carreggiata o il mancato scatto all'arrivo del verde “via libera” necessariamente ti provoca e quindi la mente dovette ingegnarsi; fioccarono cartelli con tutte le scritte, alcuni stampati altri vergati a mano con colori d'ogni tipo; cartelli come “guarda dove metti le ruote”, “come l'hai presa la patente? Coi punti della Coop?” e robe del genere tra cui non mancavano errori catastrofici dell'utilizzo del verbo avere, come “ciai il babbo becco” o “vai ha cac...”, rivelando così anche il basso livello di scolarizzazione del paese.
Comunque sia gli esempi sarebbero tanti, dai più simpatici ai più tristi, ma lascio a voi, o a me in futuro, elencarli, pensarli e svilupparli (prendete una situazione qualunque, un'abitudine qualunque, pensate un attimo a fare tutto quello che facciamo senza audio). La causa? C'è chi parla di morbo, piaga, punizione divina e chi invece sostiene fosse il processo di anni, se non secoli, di leggero e continuo assopimento dell'ascolto.
Ripercorrendo un po' la vita di prima, si potevano rintracciare segni evidenti di un logoramento della capacità di ascolto, di ascolto degli altri e di se stessi. Un turbinio impazzito, una crescente percentuale di incomprensioni, chiusure, una sempre maggiore difficoltà nello stare insieme, davvero. Quante volte avevamo la sensazione di non essere compresi, o incontravamo persone che sembravano non avere la benché minima coscienza di non essere soli al mondo?
La realtà, forse, non si scoprirà mai, certo però, quello che di più interessante successe fu che le persone dovettero mettere in discussione tutto quanto e si resero conto, condicio sine qua non, di non poter fare a meno di stare insieme, di incontrarsi, di rapportarsi all'altro e organizzarsi, per poter vivere. C'era da fare uno sforzo collettivo per poter ripartire. E questa fu una grande occasione.

giovedì 9 ottobre 2014

L'OBSOLESCENZA DEI MIEI PIEDI



Camminavo l'altro dì,
forse era martedì,
qui da casa alla stazione o viceversa.
Una corsa avevo persa
e così mi ritrovavo
tacco punta e spalle dritte
- se vedeste come andavo! -
a solcar le strade strette.

- Quanti chilometri - pensai,
mi dividon dalla mèta
ma che importa, che mi frega
lo san tutti, è dimostrato
se vai piano e spensierato
cose nuove scoprirai. -

Imbucata la statale
col cemento messo male
lungo il ciglio risicato
son costretto a camminare.
Ma ad inceder di gran lena
or m'appresto fiducioso
e attento al passo che lì poso
mi sorprendon dalla schiena:
passa lesto un benzinato
vecchio, logoro, scrostato
che mi lascia a respirare
il suo fumo catramato.
Poi di seguito in colonna:
la seicento di mia nonna,
due fanciulle di successo
su un due ruote con la gonna,
tre corrieri pronto espresso,
un frigato per il lesso,
quattro cabrio color panna
e un furgone in cartongesso.

Dopo questa confusione
finalmente un po' di pace
oh, ora si che son capace
di ammirare il paesaggio
guarda bello quel foraggio
e lì nel campo quel melone!

Ma non faccio neanche un passo
che col suono del suo clacson
mi si affianca un omino
testa fuor dal finestrino
che mi grida: “disgraziato
delinquente buonoaniente
che ti tolgan la patente!”
e riparte in borbottato.
Lì rimasto a bocca aperta
di nero ora disegnata
un'idea mi salta in testa
che si vuol considerata:
- Sarà meglio più veloce
cercar rifugio altrove
magari presto sul selciato
trovo un posto dedicato. -
Guardo a destra guardo a manca
ma non v'è destinazione
vedo solo e solamente
un grande confusione.

Camminando l'altro dì,
mi sembra proprio martedi
arrivai alla stazione
nero in viso e nel polmone
ed in testa una lezione:
se pensavo che servissero
l'opinione è ritirata
-che importanza che gli diedi!-
In quel giorno di passione, ahimè, si è palesata
l'obsolescenza dei miei piedi.

giovedì 2 ottobre 2014

PAESE DI SANTI ED EROI

eròe s. m. [dal lat. heros -ōis, gr. ρως]. –  1. Nella mitologia di varî popoli primitivi, essere semidivino al quale si attribuiscono gesta prodigiose e meriti eccezionali; presso gli antichi, gli eroi erano in genere o dèi decaduti alla condizione umana per il prevalere di altre divinità, o uomini ascesi a divinità in virtù di particolarissimi meriti.


Un uomo, un ragazzo sulla trentina, cammina lungo la strada con passo vacillante, come se andasse cercando qualcosa, o titubasse, o fosse anche un poco storno. Ha a tracolla una borsa marrone, di cuoio sembrerebbe. Una camicia appena aperta sul petto, per pantaloni dei jeans leggermente stretti e un paio di scarpe qualunque, scamosciate, sul grigio topo, classico. In mano stringe con particolare intensità alcuni fogli che per qualche motivo non giacciono inerti all'interno della borsa, forse per paura di sgualcirli, forse perché all'interno del tracollato strumento raccoglitore c'è qualcosa che potrebbe macchiare quei fogli o forse, viceversa, sono i fogli stessi sospettati di essere potenzialmente nocivi per l'interno saccoccia. Allora, adesso dobbiamo decidere a cosa dare più importanza, se al mistero del contenuto della bisaccia marrone o ai penzolanti fogli. Se proviamo, con movimento dolce e discreto, per evitare di essere notati dall'ignaro oggetto delle nostre attenzioni, a scorrere in avanti il nostro obiettivo oculare, a focalizzare con un lento e graduale zoom la mano sinistra del nostro, dinanzi alle pupille ci si propone questo spettacolo: cinque dita, non troppo usurate, non molto grandi, con unghie evidentemente lacerate da nervosi spasmi mandibolari, trattengono a mo di pinza una strato di circa una ventina di pagine bianche tempestate di scritte tra le quali emergono, in alto a sinistra, due lettere, chiare ed eloquenti: CV.
Bene. E' quindi del tutto probabile che il ragazzo stia cercando lavoro. Ora la questione che si pone è capire in quali condizioni, perché, insomma, il ragazzo stia anelando ad un impiego – oltre alla motivazione ovvia che di un lavoro ne hanno bisogno tutti, o quasi -; cerchiamo, cioè, di capire le origini dell'azione in cui lo stiamo incontrando. Per esempio: semplicemente non ha un lavoro; oppure ha un lavoro ma è insoddisfatto e vuole cambiarlo. Ha un lavoro ma sta per terminare il contratto e quindi si prepara alla nuova ricerca. Ancora: sta svolgendo uno stage, un tirocinio ma già ha intuito - fiuto sopraffino – che dopo il periodo di “lavoro non pagato” di queste virgolette resterà solo l'ossimoro. Anzi, magari ha un lavoro vero ma part-time, che non basta al normale mantenimento di uno stile di vita degno e decoroso, o ad affrontare spese impreviste. Potrebbe anche essere che ha la partita iva, è stato costretto ad aprirla perché nel suo campo o così o non si lavora ma il fatto è che progetto dopo progetto, lavoretto dopo lavoretto, ha capito che un piccolo contratto da dipendente potrebbe aiutarlo ad arrotondare, a restare in piedi. Oppure ha scelto un mestiere che alla domanda “che lavoro fai?” fa succedere sempre il secondo insistente quesito “Si, ma di lavoro!?”, un mestiere non riconosciuto e non riconoscente. No, ecco, sentite questa: un lavoro ce l'ha ma la sua ragazza è rimasta incinta e adesso ha bisogno di un lavoro in più o di un lavoro migliore perché insomma, la famiglia, i nuovi bisogni in arrivo, le spese che si alzano e...aspetta, stiamo correndo un po' troppo con la fantasia.
Torniamo indietro. Allarghiamo nuovamente lo sguardo e mettiamo il nostro soggetto all'interno di un paesaggio, di un contesto, di un ambiente. Se la nostra inquadratura va a spostarsi alle sue spalle ad una certa distanza possiamo, alzando leggermente lo sguardo e con un piccolo sforzo visivo, mettere a fuoco, superando la barriera pesante e densa di un'aria grigia e carica di oscuri presagi, il cartello che indica il nome del Paese dove, col suo passo vacillante, come se andasse cercando qualcosa, o titubasse, o fosse anche un poco storno, il nostro protagonista si sta per addentrare: “San Precario”, ecco il nome.
E mentre il fuoco dell'obiettivo torna a spostarsi sulle movenze del nostro ecco che possiamo notare che il bavero della camicia si è alzato, i capelli, leggermente scompigliati ed eretti in alto come da un'attrazione elettrica, si illuminano dei riflessi di quel sole che riesce a penetrare nelle fitta coltre nebbiosa e si agitano sinuosi, il passo si fa deciso, le spalle sembrano come cercare distanza fra loro, più forti e possenti, il lembo di chiusura della bisaccia dondolante, staccatosi dalle chiusure calamitate, muovendosi ritmicamente sbuffa via spesse nuvole di vapore. A vederlo così sembra proprio un eroe questo ragazzo, pronto a camminare tra le macerie che si intravedono davanti sul suo cammino. Incerti sul seguirlo o meno in questa sua avventura, appagati dall'energia di questa visione, ci soffermiamo a distanza lasciandoci negli occhi l'immagine un po' epica, scenario quasi apocalittico, colori scuri frastagliati dal rosa e giallo di un sole al tramonto, del nostro valoroso e siamo con lui, con il cuore, ci siamo già un po' affezionati, e ci ronza in testa una sola grande domanda: Ce la farà?

p.s.
tratto dalla “lettera di presentazione” caduta al nostro paladino durante la lunga camminata:
“ […] il lavoro è cambiato, si è fatto flessibile, a tempo, mutevole, sfuggente. Può darsi. Ed è vero che anche noi siamo cambiati. Molti ragazzi, non tutti, ma molti, non hanno intenzione di fare uno stesso mestiere tutta la vita. Va bene cambiare, va bene rivedere le priorità e pensare che il lavoro possa non essere per tutti questione vitale, ma supporto necessario alla vita, che è, anche, altro. Ma allora facciamo in modo che la flessibilità non significhi instabilità, che alle esigenze delle aziende si affianchino quelle del lavoratore ed il suo bisogno di progettare qualcosa nella vita, che accanto alla capacità di cambiare del dipendente ci sia quella di offrire possibilità di cambiamento da parte dello Stato. Va bene non arroccarsi su privilegi conquistati in epoche remote ma non scambiamoli con i diritti, quelli sono ben altra cosa, e non si possono toccare. Piuttosto chiudiamo Mafiopoli, Tangentopoli, Corruttopoli, Annunciopoli, smettiamola di farci prendere in giro. […]”


link utili

D. Buzzati, Sessanta racconti (il racconto Ombra del sud). Perché? Leggetelo!