mercoledì 24 dicembre 2014

BUON A TALE E FELICE HANNO NUOVO




versione AudioTogna
Ricetta del giorno:

Inzuppare le mani,
affondare le falangi
dentro al magma vorticoso delle proprie inquietudini
prendere una gran boccata d'aria
e respirare profondamente a pieni polmoni
i gas dal liquame esalanti.
Piedi a terra,
entrambi ben piantati
ma con la instabile sensazione del melmoso suolo che li accoglie, scivoloso.

Si, lo so, non è una bella immagine quella che vi propongo, gentili signori, ma questo è
un pensiero scuro, in un giorno scuro, di un periodo scuro.
Perché, a voi queste feste mettono allegria, vero?

Prendiamoci meno sul serio
va bene
d'accordo.
Giochiamoci, allora:

c'era una volta un ragazzo
che non aveva capito un
granché
di come funzionano le cose:

- le cose cosa? quali cose, coso?
le cose che si cosano nel coso o stai cosando a caso, scusa? -

Così, in preda a noiose domande nel numero di milioni
cominciava sinceramente a rompersi i
pensieri
uno ad uno
a spezzettarli e a farne
polpette di polpa di polpo
e di colpo ebbe cibo in abbondanza per sfamare tonnellate di parenti amici e conoscenti attavolati a festeggiare questo santissimo natale.

Evviva! Evviva! Evviva!
Evviva la rima
la prima
che sta in cima
che ha fatto la prima
ed ora è in seconda
si, dove insegna la bionda
quella che sta con il babbo
col quale raramente, davvero, mi arrabbio.
Solo una volta
quando ero a Gubbio
in un giorno di giugno
che pareva un po' un sogno
detti un pugno sul grugno al cugino di Bugno,
che non c'entra con babbo
- lo so, non è manco parente -
resta però il fatto eclatante
che gli schizzò via un dente,
lontano partì che sembrava astronave
e lui che era lì col morso già pronto
mi cedette col broncio
il panino al salame.

No, non era Natale, se volete saperlo.
Era un giorno qualunque, sicuramente
quelli con alba colazione pranzo tramonto e cena

il letto era pieno
questo, sì, lo ricordo
la tenevo ben stretta
mi scaldavo la mano con la sua tetta.

Eh, bei momenti!
ma mica rimpiango,
no:
c'è sempre un passato
per un futuro di eventi

non mi scoraggio, io
mica ci piango
alzo lo sguardo
sorrido
ed in piedi rimango.

Buon A Tale e Felice Hanno Nuovo

OST
 

lunedì 10 novembre 2014

NOTTURNO ROMANTICO


Piango.
Per la capacità che abbiamo di sentire:
la parola al corpo
ed un fuoco al cuore
che sale rombando il suo dolore
lasciando andare
un fiume di calore.

E' un miracolo
e dura quel che dura,
si ripiomba piante a terra
che non ti sembra vero
solcar di nuovo
il buffo, tristo, misero pian terreno.

Ma se bene ascolti
senti - tu - senti
che è successo,
che un brivido ti ha scosso,
segnato, rigirato
e un po' sconvolto.

Lo senti.
Lo ricordi.
L'hai scritto in viso:
avete fatto un giro in paradiso.

to D

giovedì 23 ottobre 2014

IN ATTESA


Di passo in passo, sempre mutevole,
cammina lungo la sua strada
che cambia anch'essa:
ricca di fiori e odori freschi e penetranti
prima,
grigia e dura e dolorosa
poi.

Cammina spavaldo a testa alta, sorridente, con molti compagni con cui scambia pensieri, battute e sguardi d'intesa.
Ad un passo incerto si ritrova ad andare, guardingo e sospettoso, sotto lampioni intermittenti.

È la vita
e si cresce
e ci rincresce lasciare un cappello o una sciarpa per via perché ci sono superflui oramai
e ci piace scoprirci capaci di buttarci coscienti in un mare di guai.

È la vita
che i “se” poi non contano niente
né quello che in fondo ci pensa la gente
e ancora il tuo tetto, la carrozza e lo status sociale
il vestito che fa il monaco e lo spazio vitale.

È la vita
che ti ritrovi a contare
- non stelle, non pecore - per poterti addormire
che non chiudi occhio che stai ad aspettare:
in arrivo c'è un grande e forte legame
- come sarà? chi sarà? cosa potrà diventare? -
e così che uno e due e tre, sulle dita
conti le cose importanti della vita.

giovedì 16 ottobre 2014

RESTATE IN ASCOLTO


 

primo studio e riflessione per una nuova storia (esercizi di immaginazione)


Una mattina, d'un tratto, molto tempo fa, in tutti i corpi di tutti gli abitanti del paese, all'altezza di quei tre minuscoli ossicini che incanalano il flusso d'aria vibrato attraverso il timpano via in direzione labirinto, successe qualcosa di straordinario: tutto crollò addormentato, in un sonno profondo, e non era più possibile udire niente.
Come potete immaginare, enormi problematiche si aprirono su tutti i fronti e interminabili disastrosi effetti si ripercossero su ogni attività umana. L'intero paese fu messo in ginocchio. Nel contempo però si cominciarono a palesare situazioni che avevano un loro fascino, scene nuove che come allora non se ne erano mai viste. Per esempio per strada l'effetto fu immediato e non privo di aspetti positivi: nel giro di pochi giorni nelle macchine in fila non si suonava più il clacson, tanto era inutile! Rimaneva però il problema di come fare a sfogare quella rabbia che un ciclista in mezzo alla carreggiata o il mancato scatto all'arrivo del verde “via libera” necessariamente ti provoca e quindi la mente dovette ingegnarsi; fioccarono cartelli con tutte le scritte, alcuni stampati altri vergati a mano con colori d'ogni tipo; cartelli come “guarda dove metti le ruote”, “come l'hai presa la patente? Coi punti della Coop?” e robe del genere tra cui non mancavano errori catastrofici dell'utilizzo del verbo avere, come “ciai il babbo becco” o “vai ha cac...”, rivelando così anche il basso livello di scolarizzazione del paese.
Comunque sia gli esempi sarebbero tanti, dai più simpatici ai più tristi, ma lascio a voi, o a me in futuro, elencarli, pensarli e svilupparli (prendete una situazione qualunque, un'abitudine qualunque, pensate un attimo a fare tutto quello che facciamo senza audio). La causa? C'è chi parla di morbo, piaga, punizione divina e chi invece sostiene fosse il processo di anni, se non secoli, di leggero e continuo assopimento dell'ascolto.
Ripercorrendo un po' la vita di prima, si potevano rintracciare segni evidenti di un logoramento della capacità di ascolto, di ascolto degli altri e di se stessi. Un turbinio impazzito, una crescente percentuale di incomprensioni, chiusure, una sempre maggiore difficoltà nello stare insieme, davvero. Quante volte avevamo la sensazione di non essere compresi, o incontravamo persone che sembravano non avere la benché minima coscienza di non essere soli al mondo?
La realtà, forse, non si scoprirà mai, certo però, quello che di più interessante successe fu che le persone dovettero mettere in discussione tutto quanto e si resero conto, condicio sine qua non, di non poter fare a meno di stare insieme, di incontrarsi, di rapportarsi all'altro e organizzarsi, per poter vivere. C'era da fare uno sforzo collettivo per poter ripartire. E questa fu una grande occasione.

giovedì 9 ottobre 2014

L'OBSOLESCENZA DEI MIEI PIEDI



Camminavo l'altro dì,
forse era martedì,
qui da casa alla stazione o viceversa.
Una corsa avevo persa
e così mi ritrovavo
tacco punta e spalle dritte
- se vedeste come andavo! -
a solcar le strade strette.

- Quanti chilometri - pensai,
mi dividon dalla mèta
ma che importa, che mi frega
lo san tutti, è dimostrato
se vai piano e spensierato
cose nuove scoprirai. -

Imbucata la statale
col cemento messo male
lungo il ciglio risicato
son costretto a camminare.
Ma ad inceder di gran lena
or m'appresto fiducioso
e attento al passo che lì poso
mi sorprendon dalla schiena:
passa lesto un benzinato
vecchio, logoro, scrostato
che mi lascia a respirare
il suo fumo catramato.
Poi di seguito in colonna:
la seicento di mia nonna,
due fanciulle di successo
su un due ruote con la gonna,
tre corrieri pronto espresso,
un frigato per il lesso,
quattro cabrio color panna
e un furgone in cartongesso.

Dopo questa confusione
finalmente un po' di pace
oh, ora si che son capace
di ammirare il paesaggio
guarda bello quel foraggio
e lì nel campo quel melone!

Ma non faccio neanche un passo
che col suono del suo clacson
mi si affianca un omino
testa fuor dal finestrino
che mi grida: “disgraziato
delinquente buonoaniente
che ti tolgan la patente!”
e riparte in borbottato.
Lì rimasto a bocca aperta
di nero ora disegnata
un'idea mi salta in testa
che si vuol considerata:
- Sarà meglio più veloce
cercar rifugio altrove
magari presto sul selciato
trovo un posto dedicato. -
Guardo a destra guardo a manca
ma non v'è destinazione
vedo solo e solamente
un grande confusione.

Camminando l'altro dì,
mi sembra proprio martedi
arrivai alla stazione
nero in viso e nel polmone
ed in testa una lezione:
se pensavo che servissero
l'opinione è ritirata
-che importanza che gli diedi!-
In quel giorno di passione, ahimè, si è palesata
l'obsolescenza dei miei piedi.

giovedì 2 ottobre 2014

PAESE DI SANTI ED EROI

eròe s. m. [dal lat. heros -ōis, gr. ρως]. –  1. Nella mitologia di varî popoli primitivi, essere semidivino al quale si attribuiscono gesta prodigiose e meriti eccezionali; presso gli antichi, gli eroi erano in genere o dèi decaduti alla condizione umana per il prevalere di altre divinità, o uomini ascesi a divinità in virtù di particolarissimi meriti.


Un uomo, un ragazzo sulla trentina, cammina lungo la strada con passo vacillante, come se andasse cercando qualcosa, o titubasse, o fosse anche un poco storno. Ha a tracolla una borsa marrone, di cuoio sembrerebbe. Una camicia appena aperta sul petto, per pantaloni dei jeans leggermente stretti e un paio di scarpe qualunque, scamosciate, sul grigio topo, classico. In mano stringe con particolare intensità alcuni fogli che per qualche motivo non giacciono inerti all'interno della borsa, forse per paura di sgualcirli, forse perché all'interno del tracollato strumento raccoglitore c'è qualcosa che potrebbe macchiare quei fogli o forse, viceversa, sono i fogli stessi sospettati di essere potenzialmente nocivi per l'interno saccoccia. Allora, adesso dobbiamo decidere a cosa dare più importanza, se al mistero del contenuto della bisaccia marrone o ai penzolanti fogli. Se proviamo, con movimento dolce e discreto, per evitare di essere notati dall'ignaro oggetto delle nostre attenzioni, a scorrere in avanti il nostro obiettivo oculare, a focalizzare con un lento e graduale zoom la mano sinistra del nostro, dinanzi alle pupille ci si propone questo spettacolo: cinque dita, non troppo usurate, non molto grandi, con unghie evidentemente lacerate da nervosi spasmi mandibolari, trattengono a mo di pinza una strato di circa una ventina di pagine bianche tempestate di scritte tra le quali emergono, in alto a sinistra, due lettere, chiare ed eloquenti: CV.
Bene. E' quindi del tutto probabile che il ragazzo stia cercando lavoro. Ora la questione che si pone è capire in quali condizioni, perché, insomma, il ragazzo stia anelando ad un impiego – oltre alla motivazione ovvia che di un lavoro ne hanno bisogno tutti, o quasi -; cerchiamo, cioè, di capire le origini dell'azione in cui lo stiamo incontrando. Per esempio: semplicemente non ha un lavoro; oppure ha un lavoro ma è insoddisfatto e vuole cambiarlo. Ha un lavoro ma sta per terminare il contratto e quindi si prepara alla nuova ricerca. Ancora: sta svolgendo uno stage, un tirocinio ma già ha intuito - fiuto sopraffino – che dopo il periodo di “lavoro non pagato” di queste virgolette resterà solo l'ossimoro. Anzi, magari ha un lavoro vero ma part-time, che non basta al normale mantenimento di uno stile di vita degno e decoroso, o ad affrontare spese impreviste. Potrebbe anche essere che ha la partita iva, è stato costretto ad aprirla perché nel suo campo o così o non si lavora ma il fatto è che progetto dopo progetto, lavoretto dopo lavoretto, ha capito che un piccolo contratto da dipendente potrebbe aiutarlo ad arrotondare, a restare in piedi. Oppure ha scelto un mestiere che alla domanda “che lavoro fai?” fa succedere sempre il secondo insistente quesito “Si, ma di lavoro!?”, un mestiere non riconosciuto e non riconoscente. No, ecco, sentite questa: un lavoro ce l'ha ma la sua ragazza è rimasta incinta e adesso ha bisogno di un lavoro in più o di un lavoro migliore perché insomma, la famiglia, i nuovi bisogni in arrivo, le spese che si alzano e...aspetta, stiamo correndo un po' troppo con la fantasia.
Torniamo indietro. Allarghiamo nuovamente lo sguardo e mettiamo il nostro soggetto all'interno di un paesaggio, di un contesto, di un ambiente. Se la nostra inquadratura va a spostarsi alle sue spalle ad una certa distanza possiamo, alzando leggermente lo sguardo e con un piccolo sforzo visivo, mettere a fuoco, superando la barriera pesante e densa di un'aria grigia e carica di oscuri presagi, il cartello che indica il nome del Paese dove, col suo passo vacillante, come se andasse cercando qualcosa, o titubasse, o fosse anche un poco storno, il nostro protagonista si sta per addentrare: “San Precario”, ecco il nome.
E mentre il fuoco dell'obiettivo torna a spostarsi sulle movenze del nostro ecco che possiamo notare che il bavero della camicia si è alzato, i capelli, leggermente scompigliati ed eretti in alto come da un'attrazione elettrica, si illuminano dei riflessi di quel sole che riesce a penetrare nelle fitta coltre nebbiosa e si agitano sinuosi, il passo si fa deciso, le spalle sembrano come cercare distanza fra loro, più forti e possenti, il lembo di chiusura della bisaccia dondolante, staccatosi dalle chiusure calamitate, muovendosi ritmicamente sbuffa via spesse nuvole di vapore. A vederlo così sembra proprio un eroe questo ragazzo, pronto a camminare tra le macerie che si intravedono davanti sul suo cammino. Incerti sul seguirlo o meno in questa sua avventura, appagati dall'energia di questa visione, ci soffermiamo a distanza lasciandoci negli occhi l'immagine un po' epica, scenario quasi apocalittico, colori scuri frastagliati dal rosa e giallo di un sole al tramonto, del nostro valoroso e siamo con lui, con il cuore, ci siamo già un po' affezionati, e ci ronza in testa una sola grande domanda: Ce la farà?

p.s.
tratto dalla “lettera di presentazione” caduta al nostro paladino durante la lunga camminata:
“ […] il lavoro è cambiato, si è fatto flessibile, a tempo, mutevole, sfuggente. Può darsi. Ed è vero che anche noi siamo cambiati. Molti ragazzi, non tutti, ma molti, non hanno intenzione di fare uno stesso mestiere tutta la vita. Va bene cambiare, va bene rivedere le priorità e pensare che il lavoro possa non essere per tutti questione vitale, ma supporto necessario alla vita, che è, anche, altro. Ma allora facciamo in modo che la flessibilità non significhi instabilità, che alle esigenze delle aziende si affianchino quelle del lavoratore ed il suo bisogno di progettare qualcosa nella vita, che accanto alla capacità di cambiare del dipendente ci sia quella di offrire possibilità di cambiamento da parte dello Stato. Va bene non arroccarsi su privilegi conquistati in epoche remote ma non scambiamoli con i diritti, quelli sono ben altra cosa, e non si possono toccare. Piuttosto chiudiamo Mafiopoli, Tangentopoli, Corruttopoli, Annunciopoli, smettiamola di farci prendere in giro. […]”


link utili

D. Buzzati, Sessanta racconti (il racconto Ombra del sud). Perché? Leggetelo!




giovedì 25 settembre 2014

TU CHIAMALE SE VUOI...ELEZIONI


scégliere (ant. e poet. scérre) v. tr. [lat. *exelĭgĕre, comp. di ex- e elĭgĕre «scegliere» (v. eleggere)]

Eleggere ciò che par meglio; distinguere e determinare. Azione divina. Che ci avvicina alla grandezza della Creazione. E' il nostro creare. Ad immagine e somiglianza di noi. Il più grande nemico: la paura di perdere. Quante idee irrealizzate, quanti trascinamenti dolorosi, quanti castelli bruciati ancora abitati avete collezionato, tutti figli di questo terrore di perdere (cessare di possedere) e di perdersi (procurarsi danno, sconfitta o rovina)?
Martello e scalpello. Colpo. Pezzo di materia che se ne va, che saluti, che lasci. Quel che rimane prende forma.
Foglio e penna. Riga. Frasi che se ne vanno via, che decidi essere di troppo. Con fatica le saluti. Quel che rimane sembra correre più veloce.
E così case, strade, volti, abitudini. Un colpo. Un movimento deciso del polso e via; necessarie divergenze, imprescindibili scelte.
Questa strana materia in movimento che chiamiamo vita ci vede, consapevoli o no, a selezionare, recidere qualche ramo e tenerne un altro. Ogni frammento di marmo che togliamo dal blocco ci permette di vedere affiorare una forma significante, ogni riga che tracciamo sul foglio ci mostra un racconto più sensato, ogni casa, strada, volto che lasciamo, ogni relazione da cui ci allontaniamo o in cui altrimenti tuffiamo mani e viso disegnano la nostra identità.
Che cos'altro è questo vivere se non una lunga serie di scelte, di decisioni, di prendere o lasciare, che cos'altro è se non una meravigliosa opera d'arte in potenza?
Immaginate un immenso fiume di cui tutti facciamo parte, un insieme di relazioni, un ipertesto all'ennesima potenza, dove niente può dirsi escluso dalle influenze dell'ambiente esterno e dalle azioni proprie ed altrui. In questo immenso fiume fatto di energia, in questo grande insieme di relazioni che ci lega, abbiamo l'istinto innato di distinguerci, di selezionare, di formare una propria identità, una propria struttura. Non è semplice, perché siamo un po' come un liquido, come un flusso in continuo divenire, in perenne mutamento, che rischia di rimanere a vagare nei flutti indistinti; un liquido che prende forma solamente in un contenitore. Il nostro mestiere, allora, permettetemi la metafora, è costruirci un contenitore, il miglior contenitore di cui siamo capaci.
Buon lavoro.

citazione utile:
"Se un uomo potesse mantenersi sempre sul culmine dell'attimo della scelta, se potesse cessare di essere uomo... sarebbe una stoltezza dire che per un uomo può essere troppo tardi per scegliere, perché nel senso più profondo non si potrebbe parlare di una scelta. La scelta stessa è decisiva per il contenuto della personalità; con la scelta essa sprofonda nella cosa scelta; e quando non sceglie, appassisce in consunzione ... Quando si parla di scelta che riguardi una questione di vita, l'individuo in quel medesimo tempo deve vivere; e ne segue che è facile, quando rimandi la scelta, di alterarla, nonostante che continui a riflettere e riflettere... Si vede allora che l'impulso interiore della personalità non ha tempo per gli esperimenti spirituali. Esso corre costantemente in avanti, e pone, ora in un modo ora nell'altro, i termini della scelta, sí che la scelta nell'attimo seguente diventa più difficile... Immagina un capitano sulla sua nave nel momento in cui deve dar battaglia; forse egli potrà dire: bisogna fare questo o quello; ma se non è un capitano mediocre, nello stesso tempo si renderà conto che la nave, mentre egli non ha ancora deciso, avanza con la solita velocità, e che cosí è solo un istante quello in cui sia indifferente se egli faccia questo o quello. Cosí anche l'uomo, se dimentica di calcolare questa velocità, alla fine giunge un momento in cui non ha più la libertà della scelta, non perché ha scelto, ma perché non lo ha fatto; il che si può anche esprimere cosí: perché gli altri hanno scelto per lui, perché ha perso se stesso... Poiché quando si crede che per qualche istante si possa mantenere la propria personalità tersa e nuda, o che, nel senso più stretto, si possa fermare o interrompere la vita personale, si è in errore. La personalità, già prima di scegliere, è interessata alla scelta, e quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze" 

giovedì 18 settembre 2014

MASCHERINA, MI CONOSCO


 

Ovvero come un hamster può comprendere la vita

 

Immagina di avere 30 anni, di avere un aspetto piacevole, di essere laureato. In questo momento ti trovi in un cinema, a lavorare. Fai la maschera. Si, quello che strappa i biglietti e da informazioni e a volte risolve qualche problema fondamentale, come “si sono seduti ai nostri posti e non si vogliono spostare!”, o ancora “ in sala ci saranno 38°, si può fare qualcosa o volete farci morire tutti di caldo?”. E' un giorno di festa ma non c'è molta gente. Un po' c'è crisi, un po' ci sono Sky e lo streaming, dvd che escono dopo solo due mesi dall'uscita nelle sale. A questo aggiungi che i film in programmazione nel tuo cinema sono seconde o terze visioni, fai la somma e il gioco è fatto.
Ecco, adesso immaginerai che ti parlerò delle tue delusioni e quelle di una generazione, dei tuoi sogni infranti, bloccato dalle necessità economiche a sorridere meccanicamente a dei bambini urlanti o a gruppi di desichiani e cinepanettonistici che commentano benevolmente il film di Alessandro Siani in uscita: “Siani, Il nuovo Troisi”. A dire – sala aria, sala acqua, dritto davanti a lei, in fondo al corridoio, sopra, sotto, prego, certo, grazie, arrivederci.
E poi ti parlerò di un Italia che non dà sbocchi, della voglia di emigrare, della rabbia contro le istituzioni e di un Paese vecchio, logoro, impantanato nella corruzione e nel nepotismo.

Beh, se è questo che pensi ti dirò, ti sbagli di grosso. Perché non è così.

L'Italia imperversa effettivamente in una crisi strutturale, prima di tutto culturale, d'ignoranza e di pigrizia, ma questa è una pagina da affidare agli antropologi e agli studiosi del capitalismo, ai biologi e ai filosofi di professione.
Io, invece, ti voglio parlare di un male più personale, naturalmente dipendente dal tuo ambiente di formazione (che diamine!), prima di tutto dalla tua famiglia e la sua generazione, dal luogo in cui sei cresciuto e la sua povertà intellettuale, per finire col Paese intero, certo, e quel popolo che da sempre ha amato e ama, almeno in maggioranza, essere comandato, insomma un popolo prevalentemente fascista, anzi, fascistissimo.
Io, insomma, però, anche se non nego le dinamiche relazionali, le cause esterne e tutto quanto sia indipendente dal tuo volere, vorrei però che tu ammettessi, e dichiarassi, sperando in fondo - oh illusoria e commiserabile speranza - di liberarti un po' da questo male, che questo male, prima di tutto, dipende da te.


Così cominci a pensare a tutto quello che hai fatto, a tutto quello che non sei riuscito a fare, alle scale che hai salito e quelle da cui sei caduto, a tutti i film che ti sei fatto ma che non hai mai prodotto, per mancanza di volontà. Pensi, nella più totale confusione, e i movimenti elettrici nella tua testolina producono i kilowatt sufficienti a far girare il cestello della lavatrice che dovresti avviare per finalmente smaltire quella cesta di panni sporchi che sosta in bagno dai tempi di Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Volta. Parole, parole, parole.

Solo che ad un certo punto, tutto preso dalla centrifuga, nel bel mezzo degli 800 giri al minuto, salta la corrente, per un attimo. E quei pensieri, quelle parole, “avrei potuto fare”, “domani farò”, “migliorerò”, “qualche cosa mi inventerò”, ti è chiaro, in quel preciso istante, di averli già sentiti, di averle già dette. E che nel “già sentito” in fondo non ci sono altro che richieste d'amore e di attenzioni, di piccoli passi e grandi soddisfazioni. C'è il bisogno di scegliere più che di essere scelti, di capirsi più che di essere capiti. Insomma lo sappiamo, io e te, che il nostro profondo è incomunicabile e che ognuno di noi è un filtro che legge il mondo esterno, lo relativizza, e quello che vedo io tu lo vedi in maniera diversa, e le parole sono uno strumento fallace, limitante e limitato, certo meraviglioso, ma a volte svilente nella sua incapacità di esprime, di spiegare. E sappiamo anche, io e te, che in fondo come stiamo dipende soprattutto da noi, dalle nostre azioni, esterne ed interne.


Beh, dopo tutte queste parole immagino che ti sarai addormentato, o almeno, se stai ancora leggendo, annoiato, e starai per lasciare questa lettura. Aspetta! Un attimo ancora, perché adesso arriva il bello.


Sei ancora al cinema, seduto su uno sgabello, scomodo, tipo quelli da campeggio, che ti sei dovuto comprare perché la direzione non metteva a disposizione nessun tipo di seduta, per loro otto ore in piedi si possono fare; i film sono in proiezione e non c'è nessuno. Il colore giallo, perché non so se te l'ho già detto ma il colore predominante nel tuo cinema è il giallo, un giallo incerto, tendente all'arancione, ecco, questo colore si spande su tutte le pagine del libro che hai lì davanti.

E in questa situazione in cui, come un'eterna ruota che gira, una ruota come quella degli hamster, quei cricetini che si sentono vivi solo per il fatto che stanno facendo girare la ruota, quando invece è come se fossero morti perché la ruota gira ma sta ferma lì, dentro un parallelepipedo di plastica trasparente, in un mondo che è tutto un piccolo e insignificante universo esposto alle volontà e alle voglie di qualche padrone dall'umore altalenante, in questa situazione in cui non vedi soluzioni ma solo i listellini della ruota che gira e gira e gira, ecco che senti il cuore più leggero, la mente più sgombra, un po' di tempo che scivola fra le tue mani, inesorabile, lento, se ne va e ti sale su un sorriso idiota, meravigliosamente idiota, che viene dal profondo, da una sorta di consapevolezza, di illuminazione, ecco, se mi permetti, si, da una rivelazione, non solo mentale ma anche e soprattutto corporea, segnata nei meandri delle tua interiora, sui tessuti muscolari del tuo cuore che adesso batte più rilassato con precisione ed intensità, perché ti accorgi che sei vivo, che sai pensare, essere, soffrire, sperare. E agire, nel mondo, con tanta energia.

Ora, immaginati che hai smesso di correre, che la ruota si è fermata, che tu, col tuo bel sorriso idiota stampato sulla faccia sei lì che guardi in avanti. E ti viene in mente che, forse, quella parete trasparente su cui hai appena sbattuto la testa si può anche scavalcare.

Link utili:

giovedì 11 settembre 2014

TUTTO NELLA MIA TESTA



Teoria della qualità compensatoria delle immagini fantastiche (detta compensazione immaginifica) e sue ripercussioni su soggetti diversi per condizioni, contesti e contingenze. Dove si ipotizza una possibile fase evolutiva dovuta all'acquisizione del controllo sulla creazione e sviluppo delle funzionalità delle suddette immagini (detta concretezza immaginifica) e l'aumento dell'ascolto rivolto alla sensorialità del corpo e alle reazioni dello stesso agli impulsi esterni ed interni (detto ascolto corporeo pro-attivo).


Primi studi. Due personaggi.


B_sfogo:
La testa piena di merda. Piena di discorsi. Di disegni. Di aspettative. Di altri. Di d. Ed è come se tutto sfuggisse, quando è tutto qui, invece, quello che conta. La vogliamo dire la frase del giorno? 
Stai nel presente, perché il presente è un dono, altrimenti non si chiamerebbe presente.
Detta. Bene. Il fatto è che con i discorsi non ci campi. E con le fantasie malate - malate perché hanno il muco che gli esce dalle orecchie e puzzano come i peli bruciati della pelle del pollo, o della tua - con le fantasie malate tu potresti andare avanti anni. Anni. Interi. Dice che qualcuno ci passa la vita, se la chiamano vita, questa poi, della fantasia. Non fraintendiamoci, la fantasia ha i suoi lati positivi, creativi. Ma io parlo di quando quelle immagini fantastiche che stanno nella tua testa, nella tua testa rimangono, compensano vuoti cosmici, volteggiano con le tue chimiche celebrali e lì finiscono, sbiadiscono, esauriscono tutta la loro carica vitale. Ti fanno perdere il contatto con la realtà e ti paralizzano. Rischi di credere di vivere, per tutta una vita, quando invece sei già morto. Morto e sepolto. Non si può continuare ad ingoiare merda e a vivere di fantasia. La fantasia è un perfido complice di chi ti vuole rifilare merda. Ma allora come dobbiamo fare, come si vive? Ci sono delle regole? Ci sono dei trucchi? E' che dobbiamo ammettere che la nostra generazione l'ha preso nel culo fin dal momento in cui è nata, e non solo la nostra. La generazione di "colpo grosso" e di "starsky e hutch", de "il pranzo è servito" e dei primi computer, del sega master system e del nintendo 64bit. L'ha preso nel culo perché ci hanno fatto credere che avremmo potuto fare qualsiasi cosa, e invece si stavano scopando i nostri sogni, di nascosto, appena dopo o appena prima averceli fatti vedere. E quando ti rendi conto che non è tutto semplice, che siamo tutti complessati, pervertiti, repressi, insoddisfatti, che siamo una serie allucinante di complessità, che fai? Almeno fossimo arrabbiati. Arrabbiati davvero.

C'è un piccolo insetto rosso che cammina incessantemente sul pavimento del terrazzo. Non c'è n'è uno solo, sono centinaia, rossi, minuscoli che camminano velocemente. Prendo l'accendino che ho in mano, appena usato per accendermi l'ennesima sigaretta e lo brucio. Li brucio. Li guardo finire il loro cammino lì dove ho deciso di farlo finire. Ne brucio uno due tre quattro cinque cento. Sono più grande e ti schiaccio. Se qualcosa più grande di noi esseri umani fosse nei paraggi è pregato di schiacciarci. 


A_Fantasie in rima, o quasi:

Parto da un attico a Roma
volo verso lidi migliori
mi vedo abbronzato all'aurora
coi muscoli fuori a spostare dei muli

poi lì che atterro su grattacieli
palazzi di città infinite
e di caos e di vite
si riempie la mia

fantasia fantasia fantasia
illusioni di notte e di giorno
accompagnano il mio ritorno
al reale concreto dolor

poi seduto in veranda in campagna
che non è proprio campagna
ma mi sembra montagna
forse valle chissà
con dei pargoli che possa educare
insegnare a sognare
ad andare più in là

mille donne, poi una
per tutta la vita
una dolce ferita sul braccio mi fa
da ricordo di cose concrete
mi riporta un po' indietro
mi fa sedere qua

salve al vento che mi porta lontano
che mi prende per mano
salve al mondo confuso
che ci ha un po' deluso
ma che poi siamo noi

mi ritrovo operaio sudato
poi ancora in ufficio
con la carta di credito e il viso sbarbato
o ancor più educato al bancone di una farmacia

fantasia fantasia fantasia
illusioni di notte e di giorno
accompagnano il mio ritorno
al reale concreto dolor

nei panni degli altri
che mi sento un po' larghi
che ci passa un po' d'aria
che mi viene un po' male
passa il vento che salva
che mi porta lontano
dove mi porta Dio solo lo sa
e se dio non esiste allora son io
che voglio viaggiare
ma per poi atterrare
pieno di volontà

e queste parole
si stampan sul bianco
si riparte da tanto

dove sono e dove sono stato
sono stanco o non sono mai nato?

a volte la vita riserva sorprese
a volte le sorprese devi dargliele tu.


Morale (provvisoria): l'uomo si muove per immagini, che nascono dal passato e dal presente, dagli input esterni e le conseguenti reazioni. L'immaginazione permette all'uomo di perseguire i suoi obiettivi facendolo arrivare più in là di dove è adesso. Ma a volte queste immagini sostano troppo nella mente andando a compensare vuoti con l'entusiasmo ad esse connaturato; esaurito l'entusiasmo non si traducono in fatti. L'essere umano finisce per crearne di nuove ogni giorno (un progetto nuovo al giorno toglie il medico di torno?) rischiando di risvegliarsi ad un certo punto e rendersi conto di non aver fatto assolutamente niente nella vita, se non immaginare. Le immagini sono potenti e sono uno strumento meraviglioso. Ma la potenza è niente senza controllo. Quindi: cerca di stare nel presente e non in quello che è successo o quello che forse succederà; casco ben allacciato; luci accese anche di giorno; e prudenza, sempre.

Appuntamento col corpo (e con lo stare nel presente) in uno dei prossimi studi.