Ovvero come un hamster può comprendere la vita
Immagina
di avere 30 anni, di avere un aspetto piacevole, di essere laureato.
In questo momento ti trovi in un cinema, a lavorare. Fai la maschera.
Si, quello che strappa i biglietti e da informazioni e a volte
risolve qualche problema fondamentale, come “si sono seduti ai
nostri posti e non si vogliono spostare!”, o ancora “ in sala ci
saranno 38°, si può fare qualcosa o volete farci morire tutti di
caldo?”. E' un giorno di festa ma non c'è molta gente. Un po' c'è
crisi, un po' ci sono Sky e lo streaming, dvd che escono dopo solo
due mesi dall'uscita nelle sale. A questo aggiungi che i film in
programmazione nel tuo cinema sono seconde o terze visioni, fai la
somma e il gioco è fatto.
Ecco,
adesso immaginerai che ti parlerò delle tue delusioni e quelle di
una generazione, dei tuoi sogni infranti, bloccato dalle necessità
economiche a sorridere meccanicamente a dei bambini urlanti o a
gruppi di desichiani e cinepanettonistici che commentano benevolmente
il film di Alessandro Siani in uscita: “Siani, Il nuovo Troisi”.
A dire – sala aria, sala acqua, dritto davanti a lei, in fondo al
corridoio, sopra, sotto, prego, certo, grazie, arrivederci.
E
poi ti parlerò di un Italia che non dà sbocchi, della voglia di
emigrare, della rabbia contro le istituzioni e di un Paese vecchio,
logoro, impantanato nella corruzione e nel nepotismo.
Beh,
se è questo che pensi ti dirò, ti sbagli di grosso. Perché non è
così.
L'Italia
imperversa effettivamente in una crisi strutturale, prima di tutto
culturale, d'ignoranza e di pigrizia, ma questa è una pagina da
affidare agli antropologi e agli studiosi del capitalismo, ai biologi
e ai filosofi di professione.
Io,
invece, ti voglio parlare di un male più personale, naturalmente
dipendente dal tuo ambiente di formazione (che diamine!), prima di
tutto dalla tua famiglia e la sua generazione, dal luogo in cui sei
cresciuto e la sua povertà intellettuale, per finire col Paese
intero, certo, e quel popolo che da sempre ha amato e ama, almeno in
maggioranza, essere comandato, insomma un popolo prevalentemente
fascista, anzi, fascistissimo.
Io,
insomma, però, anche se non nego le dinamiche relazionali, le cause
esterne e tutto quanto sia indipendente dal tuo volere, vorrei però
che tu ammettessi, e dichiarassi, sperando in fondo - oh illusoria e
commiserabile speranza - di liberarti un po' da questo male, che
questo male, prima di tutto, dipende da te.
Così
cominci a pensare a tutto quello che hai fatto, a
tutto quello che non sei riuscito a fare, alle
scale che hai salito e quelle da cui sei caduto, a
tutti i film che ti sei fatto ma che non hai mai prodotto, per
mancanza di volontà. Pensi, nella più totale confusione, e i
movimenti elettrici nella tua testolina producono i kilowatt
sufficienti a far girare il cestello della lavatrice che dovresti
avviare per finalmente smaltire quella cesta di panni sporchi che
sosta in bagno dai tempi di Alessandro
Giuseppe Antonio Anastasio Volta. Parole,
parole, parole.
Solo
che ad
un certo punto, tutto preso dalla centrifuga, nel bel mezzo degli 800
giri al minuto, salta la corrente, per
un attimo. E quei pensieri, quelle parole, “avrei potuto
fare”, “domani farò”, “migliorerò”, “qualche cosa mi
inventerò”, ti
è chiaro, in quel preciso istante,
di averli
già sentiti,
di averle già dette. E che
nel “già sentito” in fondo non ci
sono altro
che richieste
d'amore e di attenzioni, di
piccoli passi e grandi soddisfazioni. C'è il bisogno di scegliere
più che di essere scelti, di capirsi più che di essere capiti.
Insomma
lo sappiamo, io e te, che il nostro profondo è incomunicabile e che
ognuno di noi è un filtro che legge il mondo esterno, lo
relativizza, e quello che vedo io tu lo vedi in maniera diversa, e le
parole sono uno strumento fallace, limitante e limitato, certo
meraviglioso, ma a volte svilente nella sua incapacità di esprime,
di spiegare. E sappiamo
anche,
io e te, che in fondo come
stiamo dipende soprattutto da noi,
dalle nostre azioni, esterne ed interne.
Beh,
dopo tutte queste parole immagino che ti sarai addormentato, o
almeno, se stai ancora leggendo, annoiato, e starai per lasciare
questa lettura. Aspetta! Un attimo ancora, perché adesso arriva il
bello.
Sei
ancora al cinema, seduto su uno sgabello, scomodo, tipo quelli da
campeggio, che ti sei dovuto comprare perché la direzione non
metteva a disposizione nessun tipo di seduta, per loro otto ore in
piedi si possono fare; i film sono in proiezione e non c'è nessuno.
Il colore giallo, perché non so se te l'ho già detto ma il colore
predominante nel tuo cinema è il giallo, un giallo incerto, tendente
all'arancione, ecco, questo colore si spande su tutte le pagine del
libro che hai lì davanti.
E
in questa situazione in cui, come un'eterna ruota che gira, una ruota
come quella degli hamster, quei cricetini che si sentono vivi solo
per il fatto che stanno facendo girare la ruota, quando invece è
come se fossero morti perché la ruota gira ma sta ferma lì, dentro
un parallelepipedo di plastica trasparente, in un mondo che è tutto
un piccolo e insignificante universo esposto alle volontà e alle
voglie di qualche padrone dall'umore altalenante, in questa
situazione in cui non vedi soluzioni ma solo i listellini della ruota
che gira e gira e gira, ecco che senti il cuore più leggero, la
mente più sgombra, un po' di tempo che scivola fra le tue mani,
inesorabile, lento, se ne va e ti sale su un sorriso idiota,
meravigliosamente idiota, che viene dal profondo, da una sorta di
consapevolezza, di illuminazione, ecco, se mi permetti, si, da una
rivelazione, non solo mentale ma anche e soprattutto corporea,
segnata nei meandri delle tua interiora, sui tessuti muscolari del
tuo cuore che adesso batte più rilassato con precisione ed
intensità, perché ti accorgi che sei vivo, che sai pensare, essere,
soffrire, sperare. E agire, nel mondo, con tanta energia.
Ora,
immaginati che hai smesso di correre, che la ruota si è fermata, che
tu, col tuo bel sorriso idiota stampato sulla faccia sei lì che
guardi in avanti. E ti viene in mente che, forse, quella parete
trasparente su cui hai appena sbattuto la testa si può anche
scavalcare.
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