giovedì 18 settembre 2014

MASCHERINA, MI CONOSCO


 

Ovvero come un hamster può comprendere la vita

 

Immagina di avere 30 anni, di avere un aspetto piacevole, di essere laureato. In questo momento ti trovi in un cinema, a lavorare. Fai la maschera. Si, quello che strappa i biglietti e da informazioni e a volte risolve qualche problema fondamentale, come “si sono seduti ai nostri posti e non si vogliono spostare!”, o ancora “ in sala ci saranno 38°, si può fare qualcosa o volete farci morire tutti di caldo?”. E' un giorno di festa ma non c'è molta gente. Un po' c'è crisi, un po' ci sono Sky e lo streaming, dvd che escono dopo solo due mesi dall'uscita nelle sale. A questo aggiungi che i film in programmazione nel tuo cinema sono seconde o terze visioni, fai la somma e il gioco è fatto.
Ecco, adesso immaginerai che ti parlerò delle tue delusioni e quelle di una generazione, dei tuoi sogni infranti, bloccato dalle necessità economiche a sorridere meccanicamente a dei bambini urlanti o a gruppi di desichiani e cinepanettonistici che commentano benevolmente il film di Alessandro Siani in uscita: “Siani, Il nuovo Troisi”. A dire – sala aria, sala acqua, dritto davanti a lei, in fondo al corridoio, sopra, sotto, prego, certo, grazie, arrivederci.
E poi ti parlerò di un Italia che non dà sbocchi, della voglia di emigrare, della rabbia contro le istituzioni e di un Paese vecchio, logoro, impantanato nella corruzione e nel nepotismo.

Beh, se è questo che pensi ti dirò, ti sbagli di grosso. Perché non è così.

L'Italia imperversa effettivamente in una crisi strutturale, prima di tutto culturale, d'ignoranza e di pigrizia, ma questa è una pagina da affidare agli antropologi e agli studiosi del capitalismo, ai biologi e ai filosofi di professione.
Io, invece, ti voglio parlare di un male più personale, naturalmente dipendente dal tuo ambiente di formazione (che diamine!), prima di tutto dalla tua famiglia e la sua generazione, dal luogo in cui sei cresciuto e la sua povertà intellettuale, per finire col Paese intero, certo, e quel popolo che da sempre ha amato e ama, almeno in maggioranza, essere comandato, insomma un popolo prevalentemente fascista, anzi, fascistissimo.
Io, insomma, però, anche se non nego le dinamiche relazionali, le cause esterne e tutto quanto sia indipendente dal tuo volere, vorrei però che tu ammettessi, e dichiarassi, sperando in fondo - oh illusoria e commiserabile speranza - di liberarti un po' da questo male, che questo male, prima di tutto, dipende da te.


Così cominci a pensare a tutto quello che hai fatto, a tutto quello che non sei riuscito a fare, alle scale che hai salito e quelle da cui sei caduto, a tutti i film che ti sei fatto ma che non hai mai prodotto, per mancanza di volontà. Pensi, nella più totale confusione, e i movimenti elettrici nella tua testolina producono i kilowatt sufficienti a far girare il cestello della lavatrice che dovresti avviare per finalmente smaltire quella cesta di panni sporchi che sosta in bagno dai tempi di Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Volta. Parole, parole, parole.

Solo che ad un certo punto, tutto preso dalla centrifuga, nel bel mezzo degli 800 giri al minuto, salta la corrente, per un attimo. E quei pensieri, quelle parole, “avrei potuto fare”, “domani farò”, “migliorerò”, “qualche cosa mi inventerò”, ti è chiaro, in quel preciso istante, di averli già sentiti, di averle già dette. E che nel “già sentito” in fondo non ci sono altro che richieste d'amore e di attenzioni, di piccoli passi e grandi soddisfazioni. C'è il bisogno di scegliere più che di essere scelti, di capirsi più che di essere capiti. Insomma lo sappiamo, io e te, che il nostro profondo è incomunicabile e che ognuno di noi è un filtro che legge il mondo esterno, lo relativizza, e quello che vedo io tu lo vedi in maniera diversa, e le parole sono uno strumento fallace, limitante e limitato, certo meraviglioso, ma a volte svilente nella sua incapacità di esprime, di spiegare. E sappiamo anche, io e te, che in fondo come stiamo dipende soprattutto da noi, dalle nostre azioni, esterne ed interne.


Beh, dopo tutte queste parole immagino che ti sarai addormentato, o almeno, se stai ancora leggendo, annoiato, e starai per lasciare questa lettura. Aspetta! Un attimo ancora, perché adesso arriva il bello.


Sei ancora al cinema, seduto su uno sgabello, scomodo, tipo quelli da campeggio, che ti sei dovuto comprare perché la direzione non metteva a disposizione nessun tipo di seduta, per loro otto ore in piedi si possono fare; i film sono in proiezione e non c'è nessuno. Il colore giallo, perché non so se te l'ho già detto ma il colore predominante nel tuo cinema è il giallo, un giallo incerto, tendente all'arancione, ecco, questo colore si spande su tutte le pagine del libro che hai lì davanti.

E in questa situazione in cui, come un'eterna ruota che gira, una ruota come quella degli hamster, quei cricetini che si sentono vivi solo per il fatto che stanno facendo girare la ruota, quando invece è come se fossero morti perché la ruota gira ma sta ferma lì, dentro un parallelepipedo di plastica trasparente, in un mondo che è tutto un piccolo e insignificante universo esposto alle volontà e alle voglie di qualche padrone dall'umore altalenante, in questa situazione in cui non vedi soluzioni ma solo i listellini della ruota che gira e gira e gira, ecco che senti il cuore più leggero, la mente più sgombra, un po' di tempo che scivola fra le tue mani, inesorabile, lento, se ne va e ti sale su un sorriso idiota, meravigliosamente idiota, che viene dal profondo, da una sorta di consapevolezza, di illuminazione, ecco, se mi permetti, si, da una rivelazione, non solo mentale ma anche e soprattutto corporea, segnata nei meandri delle tua interiora, sui tessuti muscolari del tuo cuore che adesso batte più rilassato con precisione ed intensità, perché ti accorgi che sei vivo, che sai pensare, essere, soffrire, sperare. E agire, nel mondo, con tanta energia.

Ora, immaginati che hai smesso di correre, che la ruota si è fermata, che tu, col tuo bel sorriso idiota stampato sulla faccia sei lì che guardi in avanti. E ti viene in mente che, forse, quella parete trasparente su cui hai appena sbattuto la testa si può anche scavalcare.

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