eròe s. m. [dal lat. heros -ōis, gr. ἥρως]. – 1. Nella mitologia di varî popoli primitivi, essere semidivino al quale si attribuiscono gesta prodigiose e meriti eccezionali; presso gli antichi, gli eroi erano in genere o dèi decaduti alla condizione umana per il prevalere di altre divinità, o uomini ascesi a divinità in virtù di particolarissimi meriti.
Un
uomo, un ragazzo sulla trentina, cammina lungo la strada con passo
vacillante, come se andasse cercando qualcosa, o titubasse, o fosse
anche un poco storno. Ha a tracolla una borsa marrone, di cuoio
sembrerebbe. Una camicia appena aperta sul petto, per pantaloni dei
jeans leggermente stretti e un paio di scarpe qualunque, scamosciate,
sul grigio topo, classico. In mano stringe con particolare intensità
alcuni fogli che per qualche motivo non giacciono inerti all'interno
della borsa, forse per paura di sgualcirli, forse perché all'interno
del tracollato strumento raccoglitore c'è qualcosa che potrebbe
macchiare quei fogli o forse, viceversa, sono i fogli stessi
sospettati di essere potenzialmente nocivi per l'interno saccoccia.
Allora, adesso dobbiamo decidere a cosa dare più importanza, se al
mistero del contenuto della bisaccia marrone o ai penzolanti fogli.
Se proviamo, con movimento dolce e discreto, per evitare di essere
notati dall'ignaro oggetto delle nostre attenzioni, a scorrere in
avanti il nostro obiettivo oculare, a focalizzare con un lento e
graduale zoom la mano sinistra del nostro, dinanzi alle pupille ci si
propone questo spettacolo: cinque dita, non troppo usurate, non molto
grandi, con unghie evidentemente lacerate da nervosi spasmi
mandibolari, trattengono a mo di pinza una strato di circa una
ventina di pagine bianche tempestate di scritte tra le quali
emergono, in alto a sinistra, due lettere, chiare ed eloquenti: CV.
Bene.
E' quindi del tutto probabile che il ragazzo stia cercando lavoro.
Ora la questione che si pone è capire in quali condizioni, perché,
insomma, il ragazzo stia anelando ad un impiego – oltre alla
motivazione ovvia che di un lavoro ne hanno bisogno tutti, o quasi -;
cerchiamo, cioè, di capire le origini dell'azione in cui lo stiamo
incontrando. Per esempio: semplicemente non ha un lavoro; oppure ha
un lavoro ma è insoddisfatto e vuole cambiarlo. Ha un lavoro ma sta
per terminare il contratto e quindi si prepara alla nuova ricerca.
Ancora: sta svolgendo uno stage, un tirocinio ma già ha intuito -
fiuto sopraffino – che dopo il periodo di “lavoro non pagato”
di queste virgolette resterà solo l'ossimoro. Anzi, magari ha un
lavoro vero ma part-time, che non basta al normale mantenimento di
uno stile di vita degno e decoroso, o ad affrontare spese impreviste.
Potrebbe anche essere che ha la partita iva, è stato costretto ad
aprirla perché nel suo campo o così o non si lavora ma il fatto è
che progetto dopo progetto, lavoretto dopo lavoretto, ha capito che
un piccolo contratto da dipendente potrebbe aiutarlo ad arrotondare,
a restare in piedi. Oppure ha scelto un mestiere che alla domanda
“che lavoro fai?” fa succedere sempre il secondo insistente
quesito “Si, ma di lavoro!?”, un mestiere non riconosciuto e non
riconoscente. No, ecco, sentite questa: un lavoro ce l'ha ma la sua
ragazza è rimasta incinta e adesso ha bisogno di un lavoro in più o
di un lavoro migliore perché insomma, la famiglia, i nuovi bisogni
in arrivo, le spese che si alzano e...aspetta, stiamo correndo un po'
troppo con la fantasia.
Torniamo
indietro. Allarghiamo nuovamente lo sguardo e mettiamo il nostro
soggetto all'interno di un paesaggio, di un contesto, di un ambiente.
Se la nostra inquadratura va a spostarsi alle sue spalle ad una certa
distanza possiamo, alzando leggermente lo sguardo e con un piccolo
sforzo visivo, mettere a fuoco, superando la barriera pesante e densa
di un'aria grigia e carica di oscuri presagi, il cartello che indica
il nome del Paese dove, col suo passo vacillante, come se andasse
cercando qualcosa, o titubasse, o fosse anche un poco storno, il
nostro protagonista si sta per addentrare: “San Precario”, ecco
il nome.
E
mentre il fuoco dell'obiettivo torna a spostarsi sulle movenze del
nostro ecco che possiamo notare che il bavero della camicia si è
alzato, i capelli, leggermente scompigliati ed eretti in alto come da
un'attrazione elettrica, si illuminano dei riflessi di quel sole che
riesce a penetrare nelle fitta coltre nebbiosa e si agitano sinuosi,
il passo si fa deciso, le spalle sembrano come cercare distanza fra
loro, più forti e possenti, il lembo di chiusura della bisaccia
dondolante, staccatosi dalle chiusure calamitate, muovendosi
ritmicamente sbuffa via spesse nuvole di vapore. A vederlo così
sembra proprio un eroe questo ragazzo, pronto a camminare tra le
macerie che si intravedono davanti sul suo cammino. Incerti sul
seguirlo o meno in questa sua avventura, appagati dall'energia di
questa visione, ci soffermiamo a distanza lasciandoci negli occhi
l'immagine un po' epica, scenario quasi apocalittico, colori scuri
frastagliati dal rosa e giallo di un sole al tramonto, del nostro
valoroso e siamo con lui, con il cuore, ci siamo già un po'
affezionati, e ci ronza in testa una sola grande domanda: Ce la farà?
p.s.
tratto
dalla “lettera di presentazione” caduta al nostro paladino
durante la lunga camminata:
“
[…] il lavoro è cambiato, si è fatto flessibile, a tempo,
mutevole, sfuggente. Può darsi. Ed è vero che anche noi siamo
cambiati. Molti ragazzi, non tutti, ma molti, non hanno intenzione di
fare uno stesso mestiere tutta la vita. Va bene cambiare, va bene
rivedere le priorità e pensare che il lavoro possa non essere per
tutti questione vitale, ma supporto necessario alla vita, che è,
anche, altro. Ma allora facciamo in modo che la flessibilità non
significhi instabilità, che alle esigenze delle aziende si
affianchino quelle del lavoratore ed il suo bisogno di progettare
qualcosa nella vita, che accanto alla capacità di cambiare del
dipendente ci sia quella di offrire possibilità di cambiamento da
parte dello Stato. Va bene non arroccarsi su privilegi conquistati in
epoche remote ma non scambiamoli con i diritti, quelli sono ben altra
cosa, e non si possono toccare. Piuttosto chiudiamo Mafiopoli,
Tangentopoli, Corruttopoli, Annunciopoli, smettiamola di farci
prendere in giro. […]”
link utili
D.
Buzzati, Sessanta racconti (il
racconto Ombra del sud).
Perché? Leggetelo!

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